Perché questa produzione sia durata circa un anno nessuno se lo spiega. Forse il fatto di essere il primo esperimento diretto di produzione a distanza di un'autoproduzione (in altre parole una co-produzione) ne ha determinato slittamenti, revisioni, indecisioni, decisioni e tutto il resto, quindi prendiamo per buona questa giustificazione e passiamo oltre, in fondo non è così importante. Certo è che si è accumulata una grande attesa, specialmente nella zona di Genova, per questo esordio dei Cartavetro e ciò dovrebbe essere positivo. Il primo contatto con loro è avvenuto qualche anno fa, credo appena dopo l'apertura di Anomolo, questo vuol dire che Cesare Pezzoni, chitarra e voce del gruppo, prima di essere dentro Anomolo con un album lo è stato sicuramente con il cuore e con la mente, fino a trascinarci anche gli altri. E tuttavia il fatto non ha nulla a che vedere con la pubblicazione di Bruxia ("brucia" in genovese) perché l'incontro con la loro musica è avvenuto dopo, ad una distanza di sicurezza che non avrebbe consentito quella sorta di facilitazione psicologica che può presentarsi quando la vicinanza delle idee crea ampi territori di intesa. Le tracce demo che arrivarono, comunque insieme a tante altre, non destarono l'entusiasmo che i Cartavetro probabilmente si aspettavano, poi è accaduto qualcosa, uno di quei "qualcosa" che a noi umani piace spesso collocare tra le manifestazioni indecifrabili di un destino scritto chissà dove. E' accaduto, insomma, che il CD finisse nella mia auto ed io, più per senso del dovere che per curiosità, iniziai ad ascoltarne i brani, uno ad uno. Ricordo una vaga ma immediata sensazione, alcune di quelle canzoni mi richiamavano, come i rimandi di Proust, ad altre sensazioni provate molti anni addietro ascoltando i primi album dei Pink Floyd, quelli precedenti a The dark side of the moon per capirci (tempi che probabilmente la loro età, non gli fa ricordare). Dire che i ragazzi abbiano attinto da quelle esperienze, sarebbe affermare il falso, in realtà non c'è nulla che possa avvicinare il loro suono a quello della band di Sid Barret, eppure questa sensazione continuo a provarla anche oggi. E' probabile che, al di là delle sequenze armoniche o strumentali, sia piuttosto la capacità di condurre l'ascoltatore in zone di attenzione, per poi ricacciarlo a forza nel caos, a tenere in vita il paragone. Basta ascoltare l'intro sommessa di Girovagando per capire cosa intendo dire, oppure il bridge di chitarra e basso, poi di batteria, a circa 3/4 di Roskilde prima che le distorsioni riportino tutto all'andamento frenetico e pulsante dell'inizio. E' una sensazione davvero particolare perché non arriva dai cambi frequenti di tempo o dagli sbalzi di umore sonico, ne dalle strategie strumentali di addizione e sottrazione, piuttosto da una capacità compositiva del tutto visionaria, incantata, aerea. Non saprei dire chi di loro tre possiede questa peculiarità creativa, è anche probabile che essi stessi non ne siano affatto consci, e sono sicuro che i loro brani non a tutte le orecchie finiranno col suggerire la stessa evanescenza che ci trovo io (molti verranno prima catturati dall'energia che è il fattore più evidente del loro suono), fatto sta, che a mio parere, potrebbe essere illuminante un ascolto affrontato secondo parametri meno comuni dove non è più la logica a guidare i sensi ma l'evocazione. Provateci e fatemi sapere che cosa è successo, a me servirà per capire cosa di preciso mi ha fatto credere in loro e che cosa della loro musica, ogni volta e puntualmente, mi porta in luoghi dove non pensavo di poter tornare. Ed è un vero piacere.
Marco Fagotti
Marco Fagotti










