Immaginate di passeggiare per le vie di un piccolo paese, di quelli che se ne trovano ovunque, senza nulla di strano e senza nulla di importante per cui farsi ricordare.
Un paese abitato da persone comuni intente a fare cose comuni, a condurre il più in là possibile la propria vita.
Che non ci sia niente di strano, tuttavia, ha un non so che di terrificante: in questo luogo, come ormai in tutti gli altri luoghi della terra, si nasconde e agisce un virus capace di infettare ogni umano destino, di trascinarlo dolcemente verso un’apocalisse senza ritorno: il virus della “naturale-follia”.
Non lo si può chiamare in un altro modo, perché non c’è modo di definire un paradosso così gigantesco, la follia che come un demone subdolo e silenzioso si trasferisce nel corpo della normalità.
Di fatto, Tutte quelle che sembrano azioni di una ovvietà disarmante, poiché è opinione comune che lo siano, nascondono comportamenti spaventosamente deviati.
I personaggi che si incrociano casualmente lungo le vie di Borgoapocalisse, fanno cose che il paradosso dei nostri tempi vuole acquisite a condizione naturale. Nessuno di loro (e nessuno di noi) possiede più la capacità di vederne il vero marciume; è del tutto normale che una giovane rumena arrivi in Italia e faccia la puttana di strada, che uno spazzino ricavi dal proprio lavoro elementi di indagine filosofica, che un imprenditore faccia del profitto l’ultimo e luminoso traguardo della propria esistenza, mentre dall’altra parte, un anarchico iroso individui nella distruzione cieca di ogni regola l’unica forma di salvezza sociale e individuale.
O ancora, che un uomo abbia crisi di astinenza da “acquisto rimandato”, che lo zapping televisivo si trasformi in un tic distratto praticato per ore, che un vigile urbano finisca con multare la propria auto di servizio per uscire dall’ordine dentro il quale esso stesso è fatto prigioniero, che il primo cittadino imponga tasse sul suono delle campane mentre degli adolescenti decidono i loro rapporti scambiandosi sms.
A concludere la farsa, a questi “tipi” simbolicamente realissimi, spetta il destino di ritrovarsi disperatamente nel medesimo luogo, il meno probabile e meno scontato: dalla maga del paese che intimorita dall’improvviso aumento di clienti tenta di recitare goffamente la propria veggenza prevedendo per ognuno avvenimenti già in atto. Nella finzione del racconto, colei che dovrebbe per chiunque rappresentare l’ambiguità e l’inganno si tramuta invece nell’unico esempio di intatta, ignorante onestà.
Resta fuori un eroe, un vero eroe invisibile e impopolare come tutti i grandi eroi, colui che ogni giorno, del paese delle allucinazioni e dell’apocalisse, percorre le strade suonando malamente la fisarmonica in cambio di spiccioli per mangiare.
Un paese abitato da persone comuni intente a fare cose comuni, a condurre il più in là possibile la propria vita.
Che non ci sia niente di strano, tuttavia, ha un non so che di terrificante: in questo luogo, come ormai in tutti gli altri luoghi della terra, si nasconde e agisce un virus capace di infettare ogni umano destino, di trascinarlo dolcemente verso un’apocalisse senza ritorno: il virus della “naturale-follia”.
Non lo si può chiamare in un altro modo, perché non c’è modo di definire un paradosso così gigantesco, la follia che come un demone subdolo e silenzioso si trasferisce nel corpo della normalità.
Di fatto, Tutte quelle che sembrano azioni di una ovvietà disarmante, poiché è opinione comune che lo siano, nascondono comportamenti spaventosamente deviati.
I personaggi che si incrociano casualmente lungo le vie di Borgoapocalisse, fanno cose che il paradosso dei nostri tempi vuole acquisite a condizione naturale. Nessuno di loro (e nessuno di noi) possiede più la capacità di vederne il vero marciume; è del tutto normale che una giovane rumena arrivi in Italia e faccia la puttana di strada, che uno spazzino ricavi dal proprio lavoro elementi di indagine filosofica, che un imprenditore faccia del profitto l’ultimo e luminoso traguardo della propria esistenza, mentre dall’altra parte, un anarchico iroso individui nella distruzione cieca di ogni regola l’unica forma di salvezza sociale e individuale.
O ancora, che un uomo abbia crisi di astinenza da “acquisto rimandato”, che lo zapping televisivo si trasformi in un tic distratto praticato per ore, che un vigile urbano finisca con multare la propria auto di servizio per uscire dall’ordine dentro il quale esso stesso è fatto prigioniero, che il primo cittadino imponga tasse sul suono delle campane mentre degli adolescenti decidono i loro rapporti scambiandosi sms.
A concludere la farsa, a questi “tipi” simbolicamente realissimi, spetta il destino di ritrovarsi disperatamente nel medesimo luogo, il meno probabile e meno scontato: dalla maga del paese che intimorita dall’improvviso aumento di clienti tenta di recitare goffamente la propria veggenza prevedendo per ognuno avvenimenti già in atto. Nella finzione del racconto, colei che dovrebbe per chiunque rappresentare l’ambiguità e l’inganno si tramuta invece nell’unico esempio di intatta, ignorante onestà.
Resta fuori un eroe, un vero eroe invisibile e impopolare come tutti i grandi eroi, colui che ogni giorno, del paese delle allucinazioni e dell’apocalisse, percorre le strade suonando malamente la fisarmonica in cambio di spiccioli per mangiare.










