Molti addetti ai lavori (addetti da chi? lavoro ma quando mai?) considerano l'ascolto dei demo a fini di selezione o di recensione un vero supplizio; son mica d'accordo. Al limite, ci possono essere un paio di handicap: il primo è che togli tempo all'ascolto di nuovi dischi di artisti che ti piacciono o dischi di nuovi artisti che ti piaceranno, il secondo è che pur se gli invii aumentano, la giornata sempre di 24 ore resta e gli ascolti devono essere per forza di cose più, diciamo così, veloci.
Per il resto però è uno spasso sentire quel che riescono a realizzare tanti giovani nelle cantine (o sempre più nelle proprie camerette) con pochi mezzi e parecchia passione.
Mauro Mercatanti nella Milano bevuta godeva già di una discreta fama ma francamente noi non ne sapevamo niente, per cui quando ci è arrivato il suo primo disco lo abbiamo ascoltato alla stessa stregua degli altri, il che è un bene, perché ci ha evitato quella che nel calcio viene detta sudditanza psicologica degli arbitri nei confronti degli squadroni (ma a pensarci bene, lì è un'altra storia; si tolga dagli atti l'ultima affermazione). E nonostante ciò, ricordo benissimo che quel disco fu una fulminazione fin dal primo ascolto: ben fatto, timbro vocale molto personale pur se a volte richiamava De André (e in questo nuovo "I.A.L." è un pregiodifetto che manca del tutto o quasi), testi interessanti e divertenti in un colpo solo, rimandi al cantautorato migliore pur se più ricco da un punto di vista sonoro. E non erano solo pensiero e gradimento miei perché l'album piacque a tutti gli altri anomoli. Scoprimmo anche, non ricordo come, che "I soldi di Inzaghi", divertentissima cover del tormentone "Dune Buggy" che gli Oliver Onions crearono a supporto del film "Altrimenti ci arrabbiamo" (Bud Spencer & Terence Hill) era sua. Il brano, lo ricorderete, è stato uno dei pilastri dell'edizione di un due o tre anni fa della trasmissione "Queli che il calcio...", dove veniva mimata dal faccione di Dj Angelo. Un successone che credo a Mercatanti abbia portato poco niente in tasca. Ma la storia di questa canzone è abbastanza istruttiva per tutti coloro che, parafrasando il "buon" Goering, "quando sentono parlare di major mettono mano alla luger": Mauro, dopo averne riscritto il testo, chiede alla casa discografica che detiene i diritti, di concedergli il permesso di pubblicazione. Permesso che, naturalmente gli negano: chi cazzo sei? che cazzo vuoi? e cose così, senz'altro dette con più diplomazia e con terminologia anglotecnica come amano fare un po' tutti i palloni gonfiati qua da noi. Mauro dice fanculo, la metto in rete e vediamo che succede. Succede che il passaparola è una gran bella bestia (pensate ai Clap Your Hands Say Yeah e sperate per qualcuno di Anomolo) e così la rivisitazione di "D.B." giunge fino alle orecchie di quelli di Radio Deejay e il compare più simpatico di Linus la propone a Simona Ventura. A cui il permesso, naturalmente, viene concesso, sempre nello stesso anglotecnicismo suppongo, da quegli stessi discografici che magari neanche si ricordavano più di averlo negato poco prima. Bella storia, no? A questo punto, perfino un mongoloide del marketing come me aveva capito che la pubblicazione del disco, pur senza "D.B.", sarebbe stata un'ottima mossa. Ma probabilmente, pensavamo, a questo punto, sarà Mauro che se ne vorrà andare per qualche altra strada un po' più redditizia (oddio, anche se avesse guadagnato tre euro, sarebe stata sempre più redditizia, quell'altra strada, da un punto di vista squisitamente d'argent de poche). Capiteci... abbiamo ricevuto rifiuti un minuto prima di pubblicare degli album perché nel frattempo l'artista o la band prescelti avevano firmato un contratto in esclusiva (wow!) con la Quattrogatt Productions o la Sconosciut Records, per cui un po' ce l'aspettavamo. Invece, 'sto pazzo che fa? Continua a restare dell'idea di pubblicare con noi (nel frattempo l'album era - ed è! - daunlodabile a www.merca.it). Gli abbiamo passato così ben due pezzi nelle prime due compilation, tranquilli del fatto che comunque l'intero lavoro era a disposizione di tutti nel sito dell'artista. Eh, beh... ricevere anche il secondo disco è stata una gran sorpresa e soprattutto una prova provata della sincerità di Mauro (tiene 'e ppalle, dicimmolo).
Così, dopo qualche mese, sistemato il sistemando nella nostra etichetta, abbiamo deciso la pubblicazione per il 25 gennaio (solo un caso che fosse la data di nascita di Giorgio Gaber, un po' meno, forse, che la fosse anche di Anna Falchi).
"Infedele alla linea" fa il paio con l'esordio di D'ntoni (non l'avete ancora scaricato? un capolavoro, credetemi) per bellezza e densità, però è più agrodolce (cazzo... owuuuu! stavo per scrivere negramaro!) e senz'altro legato a doppio filo all'attualità con testi che parlano di Iraq, del papa morto (non di quello mezzo morto di adesso, di quello morto l'estate scorsa) quando faceva il bello sul balcone della Casa Rosada con quel "gentiluomo" di Pinochet, di vizi provati e pubbliche tribù e di tante altre storture a cui bellamente fa le lastre, prende le misure e si concede il piacere di sparargli contro.
La title track, che apre il disco (si può ancora dire, oggi, "disco"? ma sì che si può) è una cavalcata tipica di quel country-pop che ha tenuto pecuniariamente appena a galla J.J. Cale ("Cocaine" a parte) e reso miliardari i suoi cloni_spieganti_agli_amici_dell_hifi, Nostre Signore della cartacarbone i Dire Straits. Un'impalcatura tipicamente da songwriter americano anni '70, con un cantato che, ha ragione Marco nella sua presentazione al disco, ricorda invece bonanima di Giorgio Gaberscik. E non solo, a dirla tutta, il cantato, ma anche la cantata di una certa disillusione di essere di sinistra, satira mesta, cara a Gaber (che, chissà perché, quando lo nomino, da anni, mi fa sempre venir pensato al film "Sleeping With The Enemy". Mmmah!). Canzone amara, dunque, nonostante l'allegria dei tempetti (e uno spassoso framezzo di "Tintarella di luna") e dei cori che invogliano all' "arrivo anche io, ragà!".
"Le chiacchiere stanno a zero", che ha dato il titolo a uno dei tanti spettacoli di Mauro, con quel coretto di "Sandokaaan", sembra il miglior modo per prendersi in giro da solo delle glorie inzaghian onionsiane. Un synth trattorato tipo quello che rese immortale "Superstition" di Stevie Wonder prepara la strada alla strofa-tormentone "L'Occidente mente spudoratamente" che riga l'intera canzone: un attacco frontale all'ipocrisia occidentale (anzi, di noi occidentali) che, nuovo crociato, esporta Cristo e importa petrolio (povero cristo di un Cristo, in che mani sei sempre stato), all'insensibilità flatulenta della pancia gonfia del cosidetto "uomo della strada" ("Perché non se ne stanno a casa loro?"), alla pazzia di un Nuovo Ordine Mondiale che raccoglie a forza di bombe il necessario per produrre inutilità ("perché non ce ne stiamo a casa nostra?").
Alto potenziale pop per "L'unico vizio che ho", con quel discreto basso funky a reggere la struttura, cariatide imbrilluccicata per un pezzo che strizza l'occhio al facile ascolto (ancora i coretti, in falsetto stavolta, a chiudere la canzone come un fottuto fiocco natalizio). Trattasi del duro mestiere di vivere anche se non sei Batman, anche se lavori al catasto di Abbiategrasso, tentato da mille piccoli vizi, tutti regolari, tutti benedetti dalla Business Church Ltd. Ci vuole un fisico bestiale, no? Un gioiellino pop di satira sociale, insomma, che per certi versi ricorda, anche e soprattutto nella struttura dei testi e delle accentazioni esagerate nel cantato, le vecchie canzoni di Gianfranco Manfredi (sì, proprio il creatore del fumetto Magico Vento).
"Magia!" è una rarefatta e blanda ballad prettamente pianistica, un bonbon ripieno di candeggina, un carillon a orologeria che cela poco ovvie ovvietà ("Poco è di tutti, tutto è di pochi") che, proprio perché ovvie, andrebbero ripetute spesso, onde evitare l'effetto "lettera rubata" del vecchio Poe (la verità non si vede perché troppo manifesta).
Potrebbe rientrare, se spinta a forza, nel genere lounge (madò, che parolaccia, facciamo cruisin', pomiciousss, nite club di terza, peep show de noantri, lap densa, che è tutto sempre meglio), con quelle tastiere liquide e la chitarra a cucire i vuoti della voce, la arrazzatamente correct "Pensieri burrascosi". L'intro, che sembra la "Something Better Change" degli Stranglers sotto Roipnol, sgancia poi la canzone in diverse direzioni: cantautorale, barocca (in sottofondo), jazzata, pop (adorabile, ancora una volta, il coretto "non - so - se - mi --- spiego"), talkin'... Densa e lubrichetta, sarebbe stato un buon single. Nel doppio significato dell'accezione, naturalmente.
Ed eccolo, adagiato tra le pieghe dell'album, il tormentone "Santo subito", che tra rullatine militaresche e coretti da stadio snocciola con una flemma inesorabile la condanna di una Chiesa che ha flirtato fin troppo con aguzzini della peggior specie e la rivendicazione di un laicismo che non per forza deve essere ateo o agnostico, ma solo lasciato in pace. Fuori dal gregge, con orgoglio.
"Ninna Osanna" è un macigno, davvero, che piomba sui sogni di "piccoli uomini" che han deciso di diventare Grandi. Una condanna senza possibilità di appello (grande testo!) per maestri elementari dal passato socialista finiti a testa in giù, per mandrilli diabetici fuggiaschi e per somari ambiziosi convinti di gestire uno stato come se fosse una mensa aziendale. Il tutto con un poderoso incalzare vocale che sembra avere una struttura gemellare de "Il mio canto libero" (come sarebbe a dire "di chi?").
Ancora Lucio Battisti nelle sei corde? Il pezzo che da anni sta cercando di scrivere Enrico Ruggeri? Una disincrostata e finalmente completa ballata del sopravvalutato Ivano Fossati? Semplicemente, "Vapori" è musica leggera ben strutturata. Potrebbe benissimo andare a Sanremo e guadagnarsi senza sforzo il sudatissimo ultimo posto, quello che compete da sempre ai migliori.
"Il contributo", altro sprazzo gaberoide che riesce ad infilarsi in un pum-pum disco-rock chiude "I.A.L." firmando chiaro e forte il manifesto della non-violenza: "Io non uccido nessuno e se qualcuno mi uccide muoio".
Gran bel disco insomma, con testi pesanti e schierati, senza bandiere ma anche senza ombre di sorta e degli arrangiamenti che, pur non essendo, come dire... à la page (abbiam già Arctic Monkeys, Fire Arcade & Co, dai, che rispolverano con efficacia), svolgono magnificamente da supporto sonoro a un'operazione che, per quanto mi riguarda, ha la funzione principale di ricordare, a Lor Signori, che ancora qui si sta, sorridendo, vegliando e sorvegliando a testa alta. In due soli giorni erano 490 i download delle canzoni di "I.A.L.", il che vuol dire 55 volte l'intero album in 48 ore. Venderebbero la mamma, alla Quattrogatt, per cifre simili.
X-ray rewiev by theRaven
Per il resto però è uno spasso sentire quel che riescono a realizzare tanti giovani nelle cantine (o sempre più nelle proprie camerette) con pochi mezzi e parecchia passione.
Mauro Mercatanti nella Milano bevuta godeva già di una discreta fama ma francamente noi non ne sapevamo niente, per cui quando ci è arrivato il suo primo disco lo abbiamo ascoltato alla stessa stregua degli altri, il che è un bene, perché ci ha evitato quella che nel calcio viene detta sudditanza psicologica degli arbitri nei confronti degli squadroni (ma a pensarci bene, lì è un'altra storia; si tolga dagli atti l'ultima affermazione). E nonostante ciò, ricordo benissimo che quel disco fu una fulminazione fin dal primo ascolto: ben fatto, timbro vocale molto personale pur se a volte richiamava De André (e in questo nuovo "I.A.L." è un pregiodifetto che manca del tutto o quasi), testi interessanti e divertenti in un colpo solo, rimandi al cantautorato migliore pur se più ricco da un punto di vista sonoro. E non erano solo pensiero e gradimento miei perché l'album piacque a tutti gli altri anomoli. Scoprimmo anche, non ricordo come, che "I soldi di Inzaghi", divertentissima cover del tormentone "Dune Buggy" che gli Oliver Onions crearono a supporto del film "Altrimenti ci arrabbiamo" (Bud Spencer & Terence Hill) era sua. Il brano, lo ricorderete, è stato uno dei pilastri dell'edizione di un due o tre anni fa della trasmissione "Queli che il calcio...", dove veniva mimata dal faccione di Dj Angelo. Un successone che credo a Mercatanti abbia portato poco niente in tasca. Ma la storia di questa canzone è abbastanza istruttiva per tutti coloro che, parafrasando il "buon" Goering, "quando sentono parlare di major mettono mano alla luger": Mauro, dopo averne riscritto il testo, chiede alla casa discografica che detiene i diritti, di concedergli il permesso di pubblicazione. Permesso che, naturalmente gli negano: chi cazzo sei? che cazzo vuoi? e cose così, senz'altro dette con più diplomazia e con terminologia anglotecnica come amano fare un po' tutti i palloni gonfiati qua da noi. Mauro dice fanculo, la metto in rete e vediamo che succede. Succede che il passaparola è una gran bella bestia (pensate ai Clap Your Hands Say Yeah e sperate per qualcuno di Anomolo) e così la rivisitazione di "D.B." giunge fino alle orecchie di quelli di Radio Deejay e il compare più simpatico di Linus la propone a Simona Ventura. A cui il permesso, naturalmente, viene concesso, sempre nello stesso anglotecnicismo suppongo, da quegli stessi discografici che magari neanche si ricordavano più di averlo negato poco prima. Bella storia, no? A questo punto, perfino un mongoloide del marketing come me aveva capito che la pubblicazione del disco, pur senza "D.B.", sarebbe stata un'ottima mossa. Ma probabilmente, pensavamo, a questo punto, sarà Mauro che se ne vorrà andare per qualche altra strada un po' più redditizia (oddio, anche se avesse guadagnato tre euro, sarebe stata sempre più redditizia, quell'altra strada, da un punto di vista squisitamente d'argent de poche). Capiteci... abbiamo ricevuto rifiuti un minuto prima di pubblicare degli album perché nel frattempo l'artista o la band prescelti avevano firmato un contratto in esclusiva (wow!) con la Quattrogatt Productions o la Sconosciut Records, per cui un po' ce l'aspettavamo. Invece, 'sto pazzo che fa? Continua a restare dell'idea di pubblicare con noi (nel frattempo l'album era - ed è! - daunlodabile a www.merca.it). Gli abbiamo passato così ben due pezzi nelle prime due compilation, tranquilli del fatto che comunque l'intero lavoro era a disposizione di tutti nel sito dell'artista. Eh, beh... ricevere anche il secondo disco è stata una gran sorpresa e soprattutto una prova provata della sincerità di Mauro (tiene 'e ppalle, dicimmolo).
Così, dopo qualche mese, sistemato il sistemando nella nostra etichetta, abbiamo deciso la pubblicazione per il 25 gennaio (solo un caso che fosse la data di nascita di Giorgio Gaber, un po' meno, forse, che la fosse anche di Anna Falchi).
"Infedele alla linea" fa il paio con l'esordio di D'ntoni (non l'avete ancora scaricato? un capolavoro, credetemi) per bellezza e densità, però è più agrodolce (cazzo... owuuuu! stavo per scrivere negramaro!) e senz'altro legato a doppio filo all'attualità con testi che parlano di Iraq, del papa morto (non di quello mezzo morto di adesso, di quello morto l'estate scorsa) quando faceva il bello sul balcone della Casa Rosada con quel "gentiluomo" di Pinochet, di vizi provati e pubbliche tribù e di tante altre storture a cui bellamente fa le lastre, prende le misure e si concede il piacere di sparargli contro.
La title track, che apre il disco (si può ancora dire, oggi, "disco"? ma sì che si può) è una cavalcata tipica di quel country-pop che ha tenuto pecuniariamente appena a galla J.J. Cale ("Cocaine" a parte) e reso miliardari i suoi cloni_spieganti_agli_amici_dell_hifi, Nostre Signore della cartacarbone i Dire Straits. Un'impalcatura tipicamente da songwriter americano anni '70, con un cantato che, ha ragione Marco nella sua presentazione al disco, ricorda invece bonanima di Giorgio Gaberscik. E non solo, a dirla tutta, il cantato, ma anche la cantata di una certa disillusione di essere di sinistra, satira mesta, cara a Gaber (che, chissà perché, quando lo nomino, da anni, mi fa sempre venir pensato al film "Sleeping With The Enemy". Mmmah!). Canzone amara, dunque, nonostante l'allegria dei tempetti (e uno spassoso framezzo di "Tintarella di luna") e dei cori che invogliano all' "arrivo anche io, ragà!".
"Le chiacchiere stanno a zero", che ha dato il titolo a uno dei tanti spettacoli di Mauro, con quel coretto di "Sandokaaan", sembra il miglior modo per prendersi in giro da solo delle glorie inzaghian onionsiane. Un synth trattorato tipo quello che rese immortale "Superstition" di Stevie Wonder prepara la strada alla strofa-tormentone "L'Occidente mente spudoratamente" che riga l'intera canzone: un attacco frontale all'ipocrisia occidentale (anzi, di noi occidentali) che, nuovo crociato, esporta Cristo e importa petrolio (povero cristo di un Cristo, in che mani sei sempre stato), all'insensibilità flatulenta della pancia gonfia del cosidetto "uomo della strada" ("Perché non se ne stanno a casa loro?"), alla pazzia di un Nuovo Ordine Mondiale che raccoglie a forza di bombe il necessario per produrre inutilità ("perché non ce ne stiamo a casa nostra?").
Alto potenziale pop per "L'unico vizio che ho", con quel discreto basso funky a reggere la struttura, cariatide imbrilluccicata per un pezzo che strizza l'occhio al facile ascolto (ancora i coretti, in falsetto stavolta, a chiudere la canzone come un fottuto fiocco natalizio). Trattasi del duro mestiere di vivere anche se non sei Batman, anche se lavori al catasto di Abbiategrasso, tentato da mille piccoli vizi, tutti regolari, tutti benedetti dalla Business Church Ltd. Ci vuole un fisico bestiale, no? Un gioiellino pop di satira sociale, insomma, che per certi versi ricorda, anche e soprattutto nella struttura dei testi e delle accentazioni esagerate nel cantato, le vecchie canzoni di Gianfranco Manfredi (sì, proprio il creatore del fumetto Magico Vento).
"Magia!" è una rarefatta e blanda ballad prettamente pianistica, un bonbon ripieno di candeggina, un carillon a orologeria che cela poco ovvie ovvietà ("Poco è di tutti, tutto è di pochi") che, proprio perché ovvie, andrebbero ripetute spesso, onde evitare l'effetto "lettera rubata" del vecchio Poe (la verità non si vede perché troppo manifesta).
Potrebbe rientrare, se spinta a forza, nel genere lounge (madò, che parolaccia, facciamo cruisin', pomiciousss, nite club di terza, peep show de noantri, lap densa, che è tutto sempre meglio), con quelle tastiere liquide e la chitarra a cucire i vuoti della voce, la arrazzatamente correct "Pensieri burrascosi". L'intro, che sembra la "Something Better Change" degli Stranglers sotto Roipnol, sgancia poi la canzone in diverse direzioni: cantautorale, barocca (in sottofondo), jazzata, pop (adorabile, ancora una volta, il coretto "non - so - se - mi --- spiego"), talkin'... Densa e lubrichetta, sarebbe stato un buon single. Nel doppio significato dell'accezione, naturalmente.
Ed eccolo, adagiato tra le pieghe dell'album, il tormentone "Santo subito", che tra rullatine militaresche e coretti da stadio snocciola con una flemma inesorabile la condanna di una Chiesa che ha flirtato fin troppo con aguzzini della peggior specie e la rivendicazione di un laicismo che non per forza deve essere ateo o agnostico, ma solo lasciato in pace. Fuori dal gregge, con orgoglio.
"Ninna Osanna" è un macigno, davvero, che piomba sui sogni di "piccoli uomini" che han deciso di diventare Grandi. Una condanna senza possibilità di appello (grande testo!) per maestri elementari dal passato socialista finiti a testa in giù, per mandrilli diabetici fuggiaschi e per somari ambiziosi convinti di gestire uno stato come se fosse una mensa aziendale. Il tutto con un poderoso incalzare vocale che sembra avere una struttura gemellare de "Il mio canto libero" (come sarebbe a dire "di chi?").
Ancora Lucio Battisti nelle sei corde? Il pezzo che da anni sta cercando di scrivere Enrico Ruggeri? Una disincrostata e finalmente completa ballata del sopravvalutato Ivano Fossati? Semplicemente, "Vapori" è musica leggera ben strutturata. Potrebbe benissimo andare a Sanremo e guadagnarsi senza sforzo il sudatissimo ultimo posto, quello che compete da sempre ai migliori.
"Il contributo", altro sprazzo gaberoide che riesce ad infilarsi in un pum-pum disco-rock chiude "I.A.L." firmando chiaro e forte il manifesto della non-violenza: "Io non uccido nessuno e se qualcuno mi uccide muoio".
Gran bel disco insomma, con testi pesanti e schierati, senza bandiere ma anche senza ombre di sorta e degli arrangiamenti che, pur non essendo, come dire... à la page (abbiam già Arctic Monkeys, Fire Arcade & Co, dai, che rispolverano con efficacia), svolgono magnificamente da supporto sonoro a un'operazione che, per quanto mi riguarda, ha la funzione principale di ricordare, a Lor Signori, che ancora qui si sta, sorridendo, vegliando e sorvegliando a testa alta. In due soli giorni erano 490 i download delle canzoni di "I.A.L.", il che vuol dire 55 volte l'intero album in 48 ore. Venderebbero la mamma, alla Quattrogatt, per cifre simili.
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