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HOW TO FIND TRUE LOVE AND HAPPINESS IN THE PRESENT DAY - MARCH10

STEVEN SEVERIN / SIOUXSIE AND THE BANSHEES
credi che si tenda a mitizzare troppo quel periodo (la nascita del punk, ndthR) e ad esagerarne l'importanza storica?
"non penso proprio che sia un'esagerazione. basta guardare tutte le band che sono esplose durante quegli anni, l'eredità che il 1977 ha lasciato nei decenni successivi. prima del punk c'era un'idea radicata che per fare il musicista ci volessero una tecnica eccelsa, una formazione classica, anni di gavetta. d'improvviso le cose hanno cominciato a muoversi molto rapidamente, l'attitudine do it yourself è diventata il motto della scena punk. il bello era che si poteva fondare una band, fare due pezzi, suonare dal vivo e incidere un disco nel giro di qualche mese; una cosa che successe a moltissimi gruppi dell'epoca".
intervista di stefano gilardino, rock sound speciale punk # 16, 2003

BANANA YOSHIMOTO
la protagonista (di 'delfini', il suo romanzo appena pubblicato in italia, ndthR) è una giovane scrittrice di romanzi d'amore. si tratta della sua controfigura?
"kamiko (in realtà il personaggio si chiama kimiko, ndthR), la protagonista, ha i miei pensieri, i miei sentimenti, ma ovviamente non ha nulla della mia vita, almeno come avvenimenti e situazioni. quando incontra goro, un ragazzo che le piace e che la intriga, si concede interamente a lui, si accende di una passione fortissima, con un abbandono tutto femminile. lui però ha un'altra donna. lei non riesce ad allontanarsene, anche se vorrebbe. così va via, lascia tokyo. sì, perché a volte, per noi donne, l'amore è così forte e bruciante che per allontanarcene dobbiamo cambiare la nostra vita. e kimiko lo fa, andando in un tempio scintoista, dove vuole avere come amici solo gli dei e il mare".
sempre, nei suoi romanzi, lei dedica pagine molto intense alla natura, ai paesaggi del suo paese…
"sì, perché mi nutro di quei paesaggi, di quella natura. il vero giappone, il mio giappone, non è tokyo, non è la metropoli del lavoro senza sosta, della tecnologia, della modernità che divora l'individuo e i sentimenti, della corsa al primato dove ogni traguardo è incenerito dall'attesa della successiva mèta. no. il giappone è le sue stagioni, che qui si avvicendano passando l'una nell'altra con una delicateza sconfinata. è, anche, i suoi templi, dove talvolta vado a rifugiarmi e a pensare: templi dove, più che pregare, ci si distende e si ascolta la musica segreta della natura, il ritmo del proprio cuore, e si arriva a capire, lontani da ogni rumore, ciò che davvero si è e si desidera. e il giappone è il suo mare. un mare che è tutto, per un paese fatto di isole e isolette, un mare che è l'elemento femminile e materno per eccellenza, e che nel nostro paesaggio si alterna alle montagne - pensi al monte fuji, il monte degli dei - elemento di forza, entità maschili: da tale contrapposizione feconda nasce il giappone, nascono la nostra cultura, la nostra anima, e quindi anche il mio modo di essere e di scrivere".
spesso, nei suoi romanzi, compaiono figure legate al mondo magico, al paranormale. perché?
"il paranormale, come lei lo chiama, è parte della nostra vita. quante volte ci capita di pensare a una persona e dopo poco squilla il telefono ed è proprio questa persona che ci sta chiamando? quante volte facciamo dei sogni che, almeno in parte, magari confusamente, ci dicono cose che poi accadono? ecco, il paranormale, il magico, non sono realtà rare, sono parte dell'esistenza di ognuno, soltanto che ci sono persone più sensibili, meno dustratte dal rumore assordante della vita moderna, dalle preoccupazioni quotidiane, come la mia marni (anche qui il nome del personaggio è sbagliato: mami; come lo è goro - non gora - in altre parti dell'intervista; leggere prima il romanzo o almeno dargli una sbirciatina in fase di sbobinamento no, eh? ndthR), che riescono ad ascoltare meglio queste percezioni, a sentire più distintamente il ritmo della natura, dell'anima, non solo della propria, ma anche di quella altrui, e a sentirlo con un amore limpido e profondissimo".
chi sono i suoi maestri letterari?
"è difficile riconoscerli. gli antichi testi della cultura giapponese e isaac b. singer sono punti di riferimento delle mie letture da sempre. se andiamo al di là dei maestri, le confesserò che amo leggere i romanzi di stephen king e guardare molti film. anzi: le rivelerò che il film che ho visto forse più volte è di un italiano: 'suspiria' di dario argento (la passione della yoshimoto per argento è peraltro ben nota, ndthR)".
ci racconti la sua giornata di scrittrice.
"vivo molto semplicemente, quindi la giornata non è fatta solo di scrittura, ma anche di tante, tantissime cose pratiche da sbrigare. a volte, mi dedico tutto il tempo a quelle, e di lavorare non ho tempo. non ho un orario regolare in cui mi dedico alla scrittura. può accadermi di passare la notte sveglia o di scrivere all'alba, o nel pomeriggio… ma almeno una cosa è sicura: quando sono davvero stanca e non riesco a fare nulla, neppure a pensare, mi metto ad ascoltare musica, una bellissima melodia giapponese, e lascio che a starmi vicino siano i miei animali. loro, i miei gatti e i miei cani, sanno davvero capirmi. ecco: ad ispirarmi, a ridarmi voglia di scrivere, sono talvolta proprio loro. qualche sera fa ero sfinita, vuota: kiko e dada, due dei miei tre gatti, mi hanno circondato di affetto e allora ho buttato giù l'abbozzo di una nuova storia. loro sì, hanno qualcosa di magico, una magica sensibilità".
intervista di tommaso debenedetti, il resto del carlino, 7 febbraio 2010

LUCIANA LITTIZZETTO
"c’è un episodio che ricordo con disagio. la prima e ultima scena di sesso mai girata in vita mia. giravamo il film 'e allora mambo': a un certo punto stavo tra le lenzuola con luca bizzarri, delle iene, con la macchina da presa piazzata sopra al letto. di solito la troupe si faceva gli affari suoi, restavano l’operatore e il regista. quel giorno invece c’erano proprio tutti, a guardare noi due in mutande, io imbarazzata, luca pietrificato. stava sopra di me con le braccia tremanti nello sforzo eroico di non toccarmi. al quinto ciak eravamo sfiniti. ‘ok’, dice il regista, ‘e adesso mettiamo il diaframma’. mi girai, terrorizzata. ‘ma non c’è, nel copione…’, era il diaframma della cinepresa. non girerò mai più scene di sesso”.
da d la repubblica delle donne # 344, 29 marzo 2003

PATTY PRAVO
come andò davvero il provino per fellini?
“non ho mai fatto un provino per federico fellini. ci conoscevamo bene ed entrambi provavamo il piacere di parlare, raccontare delle storie e confessare qualche piccola bugia. le nostre erano conversazioni ‘divertissment’ che davano notevoli spunti di creatività. mi ha proposto di recitare per lui varie volte, e nel caso di 'casanova' cercò di farlo in modo convincente, ma non accettai. non per questo cambiarono i nostri rapporti. fra le cose che amava dirmi c’era il ricorrente: ‘ma perché strambelli non ti crescono le tette?’”.
intervista di ottilia lupino, ciak # 2, febbraio 2003

PEPPINO DI CAPRI (sui beatles)
cosa provavi ad appartenere allo stesso team discografico dei beatles?
“ricordo che all’inizio dovetti fare delle lotte con i miei discografici (la carisch, ndr) per fargli capire l’importanza di avere in catalogo un gruppo come i beatles. stavano spopolando in tutto il mondo e loro tenevano i loro dischi in un cassetto, indecisi se farli uscire o no. quando incisi la loro 'girl', alcuni dell’ambiente dissero: ‘ma come, avete l’originale e mettete sul mercato una cover?’ presero una bella tiratina d’orecchie dalla emi di londra. non sapevano neanche sfruttare la grossa occasione che avevano avuto. i beatles sono stati grandissimi e sono giustamente rimasti nella storia musicale”.
intervista di fernando fratarcangeli, raro! # 130, febbraio 2002

RON (su madonna)
come mai hai inserito una cover di 'save the last dance for me' dei drifters?
“è legata ad un ricordo di quando ero bambino. adoravo la versione italiana dei rokes, 'lascia l’ultimo ballo per me', e quando all’epoca vennero ad esibirsi a garlasco in un locale chiamato le rotonde, per me era come vedere i beatles! pensa che in quello stesso locale, un bel po’ di anni dopo, si è esibita anche una certa signorina ciccone alle primissime armi e ancora totalmente sconosciuta, la quale però fu notata dal produttore di dalla, renzo cremonini, che le propose un contratto. sai quale fu la risposta di madonna? ‘io diventerò la più grande del mondo, per cui non voglio firmare con nessuno!’”.
intervista di andrea angeli bufalini, raro! # 90 giugno 1998

GIORGIO ALBERTAZZI
maestro (e la madonna, ndthR) albertazzi, come è nato in lei il desiderio di fare l'attore?
"l'attore? io mi considero anomalo. non vedo in me nessuna cosa somigliante con gli attori. questo non lo dico come giudizio negativo nei loro confronti".
ma qual è la differenza?
"la casualità della professione, per esempio. gli attori si dividono in quelli che hanno avuto la vocazione e quelli che non l'hanno avuta. poi c'è un'altra categoria: quelli che non sanno bene perché lo fanno. io so in parte perché lo faccio, ma non ha niente a che fare con il teatro. ho cominciato perché una ragazza molto bella, con qualche anno più di me, sull'autobus che mi portava da firenze, dove frequentavo il liceo, a settignano dove abitabo, mi disse: 'tu sei l'albertazzi (evidentemente conosceva mio padre)? perché non vieni a recitare a settignano?' le risposi di sì perché era bella. anche se mi avesse detto: 'perché non vieni a fare una rapina?' io sarei andato. da allora, ho sempre fatto teatro, ma non ho mai saputo bene cos'è. teorizzo anche l'arte dell'attore, ma se dovessi veramente dire che cosa è il teatro, direi che è un atto tra l'erotico e il rivoluzionario, un atto di autoflagellazione".
se oggi un nuovo pirandello bussasse alle porte dei teatri stabili troverebbe difficoltà nel farsi ascoltare? sono all'orizzonte nuovi autori drammatici?
"in un certo senso qualche difficoltà la troverebbe, perché è abbastanza schematico il modo di giudicare i testi di teatro. è paradossale. il testo è morto. la pièce bien fait è morta da diversi anni, però non tutti lo sanno. d'altra parte il testo ben organizzato ha cominciato proprio pirandello a disfarlo quando ha lasciato il salotto borghese per il teatro, fino a 'i giganti della montagna', opera incompiuta forse volutamente. la separazione tra letteratura e drammaturgia, che molti hanno sostenuto all'inizio del secolo scorso, è vera anche perché la letteratura non ha molto a che fare con il teatro. il teatro non è letteratura, non è la pagina scritta, ma è la scrittura di scena. in questo tràdere dalla pagina alla scena si va formando il teatro. un testo di shakespeare da mettere in scena così com'è, tutto intero fino all'ultima battuta, è insopportabile. è stato scritto secondo la moda del tempo. faccio un esempio: 'giulio cesare': in mezzo alla genialità, decine e decine di pagine sono da buttare. sono noiose. l'emblema di questo teatro aperto è l''amleto', il più grande testo mai scritto. è immortale proprio perché non è concluso. presenta delle falle enormi perché shakespeare sapeva che queste vanno riempite dalla scrittura di scena. è possibile anche che venga fuori un nuovo pirandello, con una operazione di vera scrittura, di pagina da asservire alla scena".
intervista di paola stefanucci, prima pagina # 42, gennaio 2008

WILL.I.AM / BLACK EYED PEAS
"(…) noi siamo sempre stati una band 'positiva', i nostri messaggi sono legati alla speranza, alla gioia, e credo che sia questo uno dei motivi per cui la gente ci ama e ci segue. credo che il successo di 'i got a feeling' sia dovuto proprio a questo e la canzone è nata proprio per celebrare lo spirito della festa. la gente in un periodo di crisi come questo, ha bisogno di sentire che ci sono anche delle cose buone, del divertimento, che si può stare insieme, ha bisogno di sfuggire per qualche minuto dai problemi".
fuga dai problemi? lei ha sempre fatto dell'impegno sociale e politico una sua bandiera…
"l'impegno, secondo me, c'è anche nell'intrattenere la gente, nel rendere le loro vite più allegre anche solo per qualche minuto. non è un piccolo risultato, se ci riesci".
tra le sue molte iniziative personali nel campo sociale, ha messo a disposizione delle borse di studio per i ragazzi con poche possibilità economiche.
"sì, perché era giusto ricambiare quello che io ho ricevuto. a un certo punto della mia vita qualcuno ha creduto in me e nei miei sogni e mi ha dato la possibilità di crescere, di uscire dal ghetto ed essere quello che volevo essere. adesso che sono nella condizione di poter aiutare gli altri voglio offrire le stesse opportunità che sono state offerte a me".
qui al midem la protagonista principale è la crisi di vendita dei cd…
"niente è più come prima. c'erano i negozi di dischi come i virgin megastore o i tower records e ora non ci sono più. c'erano gli album, dove mettevi una dozzina di brani in un ordine preciso e ora non ci sono più, c'era un modo di pensare la musica e di ascoltarla che è profondamente cambiato. l'industria discografica sta scomparendo. ma gli artisti sono qui, e hanno il compito di immaginare come sarà la loro musica negli anni futuri. io sono cresciuto ascoltando gli album, i nostri primi lavori erano fatti pensando a un prodotto fisico come il cd. oggi non ha senso e credo che la vera sfida sia immaginare un formato del futuro nel quale mettere insieme tutto quello che un gruppo musicale come il nostro fa, dalla musica, al video, alle performance, alle foto ad altro ancora".
come i programmi per i cellulari?
"sì, qualcosa come una delle 'application' che si scaricano sull'i-phone, una forma nuova con la quale offrire al pubblico un'esperienza musicale completa. il mondo va avanti, le tecnologie cambiano e la gente si muove verso il futuro con grande velocità. noi continueremo a fare musica e concerti, a cercare di far stare bene la gente, provare a cambiare le loro vite attraverso la musica".
come viene influenzata la sua creatività da queste innovazioni tecnologiche?
"la musica sta già cambiando, è già cambiata. solo chi non vuole accorgersene non vede quanto la musica di oggi sia lontana anni luce da quella di soltanto cinque o sei anni fa. è cambiato il modo di suonare, di produrre, sono cambiati gli strumenti. e non soltanto nel mondo del pop. anche chi suona musica classica oggi quando entra in uno studio di registrazione si trova in una condizione profondamente diversa da prima e questa condizione modifica il suo modo di fare musica, cambia la musica stessa. ma questa nuova musica racconta il mondo di oggi meglio di ogni altra cosa".
intervista di ernesto assante, la repubblica, 25 gennaio 2010

RACHEL WEISZ
"la mia vita, per fortuna, è molto diversa dalla sua (dal personaggio di penelope nel film 'the brothers bloom', ndthR). però anche a me piace tutto ciò che è nuovo, che è fuori della routine. anche se sono più tranquilla di quando ero ragazzina. ero un'adolescente ribelle e con un gran senso dell'umorismo: te ne serve tanto quando hai una madre psicoanalista che se perdi le chiavi di casa ti spiega che è successo perché non volevi davvero tornare… non a caso mi sono sempre identificata molto con il senso dell'umorismo di woody allen".
"(harry houdini) si chiamava harry weisz: il mio stesso cognome. e anche lui era ungherese. così, fin da quando ero bambina, mi sono convinta che fosse un mio parente. non ho prove per dimostrarlo, ma penso che io e harry siamo simili. in fondo lui era un performer, uno showman e un interattenitore. proprio come me".
intervista di silvia bizio, l'espresso # 29, 23 luglio 2009

VINICIO CAPOSSELA
l'italia è diventato un paese di freak?
"non guardo molto la tv, ma ogni volta  che mi succede, mi sembra che ci siano tante gabbie aperte. troppa gente non vede l'ora di mostrarsi".
all'estero com'è percepito il suo lavoro?
"io viaggio con una valigia piena di strumenti e radici. spero che ognuno possa trovarci qualcosa per dare il via a un proprio percorso. per capirci, la mia è una famiglia di migranti, come quelle di tanti italiani che per campare hanno svuotato interi paesini. e a me piace la letteratura anglosassone che si occupa di piccole comunità, tipo 'spoon river' di masters, 'sotto il bosco di latte' di thomas, 'i racconti dell'ohio' di anderson".
londra che cosa le fa venire in mente?
"d'istinto, non quelle tre persone che conosco, ma il cupo tamigi con cui si apre 'cuore di tenebra' di conrad, la città vittoriana de 'lo strano caso diel dottor jekyll e mr. hyde' di stevenson, l'east end di dickens".
mai patito la condizione dello 'straniero'?
"no. perché non ho mai subito il trauma di dover andare via. mi sono abituato a vivere con persone che non c'erano mai, questo sì. infatti ho un rapporto difficile con le case. a 44 anni non ne ho ancora comprata una. forse non mi decido perché di un luogo non mi è chiara la differenza fra prigione e rifugio. per questo sono contento di non appartenere a qualcuno o a qualcosa".
è vero che nel 2006, quando con 'ovunque proteggi' ha conquistato il primo posto in classifica, si è spaventato?
"quando si è così esposti è più facile diventare un obiettivo, ed essere centrati. e bisogna avere spazio per accogliere: se uno non ce l'ha, come fa?"
crede in dio?
"non del tutto. credo nella letteratura, anche quella sacra, e nel rito".
però si affida spesso a sant'antonio?
"per ritrovare le cose. sono distratto".
che cosa teme di più?
"come uomo, la malattia e la morte. come artista, fare una canzone così popolare da essere costretto a rifarla per tutta la vita".
è stato definito 'de andré dopo de andré'.
"non è una definizione plausibile. de andré è stato una coscienza collettiva. io arrivo a malapena alla mia".
la lezione più importante di questi ultimi anni qual è stata?
"che si possono cogliere stimoli vitali anche in anni volgari e gretti come questi che stiamo vivendo".
a volte, però, scegliere gli stimoli giusti è difficile.
"scegliere mi mette l'ansia. perché si rinuncia automaticamente ad altro. l'incapacità di farlo mi ha spesso paralizzato, lasciandomi davanti a un bivio. a volte, ho lasciato che fossero le cose, o gli altri, a scegliere per me".
quando è al lavoro si dice che abbia un caratteraccio.
"lavorando può succedere che io faccia il despota, che alzi la voce. ma è una faccenda ereditaria: la mia è una famiglia di irascibili".
ha fama di essere 'uno che beve'; il suo rapporto con l'alcol com'è?
"è con il vino che si celebra la messa. nella mia vita ho avuto amici che erano grandissimi bevitori e con loro ho fatto esperienze intense. mi hanno dato tanto, quei bevitori. finora l'alcol mi ha dato molto di più di quanto io abbia dato a lui".
mai sfuggita di mano la situazione?
"diciamo che non sono un vero grande bevitore perché soffro di gastrite. più di tanto non mi regge lo stomaco".
'sciamano', 'domatore di nostalgie', 'funambolo del palco': a quale di queste definizioni si sente più legato?
"mi fanno venire in mente qualcuno che fa troppo, e non è quello che vorrei essere, ma forse è quello che trasmetto. è la mia maledizione: mi piacciono la sobrietà e la compattezza, ma genero abbondanza e dispersione".
intervista di andrea scarpa, vanity fair # 7, 24 febbraio 2010

MARTIN PARR (fotografo)
mr. parr, nel suo ultimo lavoro, 'luxury', mette sotto la lente i ricchissimi, perché? sono davvero così interessanti?
"povertà e stenti sono da sempre il baluardo della fotografia 'impegnata'. io ho voluto fotografare ricchezza e lusso con lo stesso spirito. piuttosto che raccontare guerre, carestie ed epidemie, preferisco ritrarre con piglio satirico manie, ossessioni e volgarità della gente. in questo caso ho scelto il microcosmo degli ultra-ricchi, perché, mentre il mondo sprofondava nel buio di una crisi sempre più nera, c'era chi se la spassava ballando da un party all'altro, da uno yacht a un superattico".
ritrae i suo milionari con colori accesi e toni pop, come fossero i protagonisti di una soap alla dinasty.
"infatti sembrano usciti da una soap. si credono chic ma sono la fiera del kitsch. la loro è una ricchezza ostentata, fatta di eccessi e sfarzi pacchiani. fotografandoli non ho avuto pietà (e mi sono divertito). ho ritratto bocche spalancate che s'ingozzavano di tartine, pance debordanti di grasso, macchie di sudore su abiti di haute couture, make-up pesanti sulle espressioni plastificate dei volti al botox e cappelli che sembrano torte nuziali multistrato. la parola d'ordine è grottesco, la modestia non fa parte di questi jet-setter internazionali, che rappresentano con fierezza il nuovo, superficiale mercato del lusso. queste immagini sono l'epitaffio di una società ingorda, vorace e volgare destinata a esplodere alla svelta, come una bolla di sapone".
il personaggio emblema di quest lusso kitsch?
"un sultano arabo che, dopo la costosissima cena, ha ordinato una bottiglia magnum del miglior champagne per sciacquarsi le mani: la cultura annegata nel disprezzo".
intervista di micol passariello, d la repubblica delle donne # 674 (anno xiv), 5 dicembre 2009

alcuni "signori" immortalati nel libro fotografico di parr, 'luxury'

SKIN
tu sei inglese, come rolling stones, beatles, who, led zeppelin, sex pistols, david bowie, depeche mode... il rock è inglese, non è vero?
"devo essere onesta, il regno unito ha dato i natali a gran parte delle migliori rock band del mondo, è un dato di fatto. credo che le motivazioni siano da ricercare nella nostra forte cultura musicale, qualcosa che ci portiamo dietro da secoli. anche se in realtà non siamo stati noi a inventare questo glorioso genere musicale, (nato negli stati uniti negli anni cinquanta, ndr) è proprio grazie al nostro tipo di cultura che siamo riusciti a trovare un suono e uno stile che ha conquistato il cuore di tutti, che riesce tuttora a scalare le classifiche e, cosa ancora più importante, a portare il suo messaggio e la sua energia in tutto il globo".
parlami dei tuoi trascorsi nella moda.
"quando avevo 18 anni facevo la modella ed era davvero un lavoro duro. molto più di quanto si possa immaginare, niente sesso, droga & rock ‘n roll, solo filate e shooting fotografici tutto il giorno. devo dire però che sono molto più in forma adesso rispetto agli anni delle passerelle. essere in una band come gli skunk anansie richiede molta energia...".
hai suonato ovunque, dai piccoli club ai più grandi stadi e arene del mondo. ora ti ritrovi dietro un mixer con un paio di cuffie in testa. come ti senti senza un microfono tra le mani?
"in certi casi è quasi un sollievo. sai, ormai persone come david guetta sono delle vere celebrità, delle vere e proprie rockstar, hanno jet privati e fan in adorazione che li ammirano da sotto la console, si fidanzano con le super modelle, è davvero assurdo!".
pensi che ci sia più energia all’interno di una discoteca che durante un concerto?
"no! beh, forse dovrei dirti di sì, ma in realtà è un tipo diverso di energia. le persone che arrivano ai concerti sono venute lì a vedere me e la mia band, già immaginano quali canzoni potrò cantare, le conoscono a memoria e si aspettano che tu le esegua al meglio, ma anche se sbagli una nota, a loro non importa e ti dicono: 'ok ti adoriamo comunque'".
invece un dj?
"in un club è diverso, tu sei lì per loro, devi lasciar perdere il tuo ego e devi creare un flusso continuo di energia, devi mettere i dischi giusti, non solo quelli che piacciono a te e devi riuscire a tenerli incollati alla pista tutta la notte perché sei tu l’anima di quella serata, altrimenti il proprietario del locale non ti chiamerà più. alle persone non gliene frega niente se sei una cantante famosa, se metti un disco che non gli piace te lo fanno capire molto bene, anzi te lo vengono proprio a dire".
facciamo un gioco. ora ti dirò una serie di nomi di coppie famose del presente e del passato. scegli tra loro chi inviteresti a una festa nella tua villa di ibiza: chris martin o gwyneth paltrow, liam gallagher o nicole appleton, il principe carlo o camilla parker bowles?
"gwyneth paltrow, nicole appleton e camilla".
ken o barbie, homer o marge simpson, john lennon o yoko ono.
«ken, homer e john lennon, assolutamente!".
 jesus o madonna, tommy lee o pamela anderson, justin timberlake o rihanna?
"madonna, tommy lee e rihanna".
 hai scelto più donne che uomini.
"sì, è vero. però, ho scelto gli uomini giusti per fare una festa!".
tu hai uno stile davvero incredibile. sei un’icona della moda. ma com’è skin quando va a dormire?
"sono sempre quasi completamente nuda. indosso solo biancheria intima, adoro la perla, è la mia marca preferita. non metto mai il reggiseno solo degli slip molto sexy. quando ero piccola nella mia casa c’è stato un incendio, sono arrivati i pompieri e siamo dovuti letteralmente correre fuori così com’eravamo... è per questo che indosso sempre qualcosa. non è un problema mostrare il seno, ma di certo voglio tenere coperto il resto, nel caso in cui mi dovessi trovare nella stessa situazione!".
 poseresti mai nuda per una rivista?
"assolutamente no, non ce la farei proprio. anche se può sembrare strano, sono molto timida. non mi sentirei a mio agio se dovessi stare completamente nuda di fronte all’obiettivo di una macchina fotografica... e poi mia madre mi ucciderebbe".
intervista di massimo visconti, playboy # 10, novembre 2009

CARLO ANCELOTTI
'magari fossi venuto prima in inghilterra': è vero che è una sua frase?
"è vero, per l'esperienza di vita. ma io stavo al milan, mica alla pinzillachese. ed è vero nel senso che ero arrivato con qualche preoccupazione: il paese nuovo, le difficoltà della lingua. invece ho trovato un club organizzatissimo: basti pensare ai 32 campi, sempre perfetti. e un paese unico per la civiltà della gente, dove puoi vivere davvero tranquillo. io ho scelto la campagna di oxshott, a due passi da cobham. ma vado a londra spesso, la trovo magnifica".
che cosa le piace di più?
"perdermi nei suoi tanti quartieri, è una grande città a misura d'uomo. e poi il fatto che tutti rispettino le regole. adesso che ho imparato le strade e la guida a destra, mi muovo in auto. beh, se sbagli, qui ti bastonano sul serio. l'ultimo è stato ashley cole, gli hanno tolto la patente per 4 mesi per eccesso di velocità".
con i giocatori si arrabbia sempre in italiano?
"no, ora in inglese: dico fuck off. e alcuni tra loro hanno imparato a dire vaffa".
fa ancora il tifo per il milan?
"certo. inizio stentato e ottima ripresa, fino alla sconfitta nel derby, che ha tolto un po' di entusiasmo".
ha ragione capello a dire che i club italiani sono ostaggio degli ultrà?
"non so se sia questione di ultrà, ma di sicuro capello ha sottolineato una differenza che è sotto gli occhi di tutti. gli stadi italiani sono mezzi vuoti, quelli inglesi sempre pieni. c'è un malessere e ha fatto bene a segnalarlo".
intervista di enrico currò, la repubblica, 9 febbraio 2010

MARTIN SCORSESE

"conosco la sensazione della paura, la paranoia di minacce sconosciute, a new york nel '52 - avevo 10 anni - sono cresciuto nel clima di inquietudine che c'è ancora oggi. mi è rimasta la diffidenza verso l'autorità e verso chi detiene il potere. c'è sempre questo sentimento nei miei film".
intervista di maria pia fusco, la repubblica, 9 febbraio 2010

ROBERT ROTENBERG
vancouver è famosa per la sua natura multiculturale. è stato inflenzato da questo aspetto nel suo modo di scrivere?
"certo, l'immigrazione è una chiave di lettura per questa terra. all'inizio c'è stato un mix di inglesi, francesi e nativi, come gli inuit. alla fine dell'ottocento a vancouver si sono insediati cinesi e indiani e, dopo la seconda guerra mondiale, è arrivata gente da tutto il mondo. è proprio questa mescolanza di culture, lingue e gastronomie che l'ha resa così affascinante".
intervista di ambra somaschini, repubblica viaggi # 576, 17 febbraio 2010

JOHN GRISHAM
mr. grisham, come mai dei racconti brevi (si parla della raccolta 'ritorno a ford county', la prima in assoluto per grisham, ndthR)? le hanno richiesto una tecnica diversa dal solito?
"assolutamente differente. c'è sempre del materiale che rimane da qualche parte nel computer. quasi ogni racconto era lì per diventare un libro a sé, ma anche se aveva un plot ben definito, un inizio, un centro, una fine, non riuscivo a svilupparlo, e non era lungo abbastanza. li ho ripresi in mano con calma, senza avere una scadenza, mentre quando scrivo un romanzo, sono sotto pressione. qualche storia era pronta (la prima è di venti anni fa!); la penultima, l'ho scritta in due settimane, un mese prima dell'uscita".
anche il contenuto, e lo stile, sono diversi. qui si ride, ci si commuove. tutto sembra più emotivo, personale, come se lei avesse incontrato quegli uomini e quelle vicende.
"in un certo senso è così. sono il ritratto della provincia dove ho vissuto dieci anni quando facevo l'avvocato nel mississippi. conosco quella gente. e questa volta avevo l'opportunità di giocare, provare punti di vista inconsueti, emozionarmi. è stato questo il pregio, sperimentare, percorrere strade nuove".
il segreto del suo successo, ha detto più volte, sta nella sua disciplina di ferro. che significa?
"se, mentre facevo l'avvocato, non mi fossi svegliato all'alba tutte le mattine alle 5 per scrivere, non sarei mai potuto diventare uno scrittore. anche oggi alle 7 ero alla tastiera, fino alle 13; ho scritto 29 pagine, e devo tenere questo passo per consegnare il mio prossimo romanzo a fine giugno. se non facessi così non potrei mai finire un libro all'anno. ma lo faccio divertendomi".
da dove prende così tante idee per le sue storie?
"ho iniziato con i materiali che trovavo negli studi legali, ed ancora oggi, oltre a stare dietro alle notizie, guardo molto le pubblicazioni per gli avvocati, per i tribunali. è una fonte di spunti inesauribile. poi faccio lavorare l'immaginazione".
l'altra sua arma è la suspense. come la costruisce?
"non lo so bene, di certo riesco a ritmare bene il racconto, a tenere legato il lettore. la regola base della suspense è comunque creare un eroe, un'eroina, con cui la gente simpatizzi fin dall'inizio, e poi metterlo in difficoltà, in pericolo".
ci sono sempre poche protagoniste donne però, anche qui.
"non mi riesce pensare come una donna. ci provo, ma non è il mio forte".
dice di scrivere intrattenimento e non letteratura. qual è la differenza per lei?
"chi lo sa. da un lato c'è la scrittura popolare, commerciale. dall'altro i grandi scrittori, gli artisti. in mezzo dei buoni narratori di storie, che a volte costruiscono personaggi e plot complessi, profondi: anche questa è letteratura. difficile individuare la linea di confine. di certo quando vendi tante copie, i critici ti bollano come un autore commerciale. io non coltivo particolari ambizioni, cerco solo di scrivere fiction popolare di alta qualità".
scriverà un libro sul caso di amanda knox?
"no. qualcuno in italia l'ha detto, ma non è vero".
durante le primarie lei disse che l'america poteva arrivare a eleggere una donna ma non un nero, perché era troppo razzista. poi ha vinto obama.
"sbaglio sempre quando faccio previsioni politiche. nessuno mi crede più. ma sono orgogliosissimo che obama sia stato eletto".
intervista di susanna nirenstein, la repubblica, 17 febbraio 2010

HUGO PRATT
com’è nato il libro ('avevo un appuntamento', serie di racconti-reportage, ndthR)?
"tutto è partito dalle figurine liebig che trovavo nei dadi del brodo, quando ero bambino a venezia. o in quelle che si trovavano nei pacchetti di sigarette inglesi e che ho conosciuto qualche anno dopo. i miei coetanei si entusiasmavano per quelle dei calciatori che a me non interessavano. ero affascinato da quelle figurine che ritraevano uomini dipinti e tatuati come i papua, spiagge esotiche, o soldati in strane uniformi. ho cominciato a sognare e a fantasticare sui mari del sud, partendo da lì. e poi ci sono stati i libri, i film, i fumetti di franco caprioli. o le collane della sonzogno che ho iniziato a leggere quando avevo 7 o 8 anni, e il bel racconto di uno scrittore irlandese, henry de vere stacpoole, 'laguna blu', da cui hanno un tratto un brutto film. quando ho cominciato ad avere una certa indipendenza economica sono cominciati i viaggi veri. ero emigrato a buenos aires e li si è fatto sentire il richiamo del pacifico; l’atlantico lo conoscevo già, nel mediterraneo ero di casa, l’oceano indiano l’avevo imparato a conoscere quando ero stato in etiopia. è cominciato tutto così".
dall’etiopia, dove ha passato la sua adolescenza, dall’argentina. dai deserti agli oceani: quanti anni e quanti viaggi?
"quest’ultimo è stato il viaggio più lungo. il pacifico è un po' come i puntini di sospensione che si trovano nei romanzi e che quasi chiedono al lettore una sorta di complicità con l’autore. il pacifico è pieno di questi puntini, ed io sono andato di puntino in puntino, di isola in isola, saltando come una cavalletta, accompagnato dalla mia collega patrizia zanotti (da anni cura le opere di pratt, ed è l’autrice di molte delle foto che sono nel volume. ndr). sono andato in posti fuori dei percorsi principali dove si arriva con le barche dei pescatori che oggi sono tutti coreani; oppure con piccole barche, facendo il cabotaggio tra le isole cook. a volte arrivavo in posti quasi deserti e mi lasciavano lì, magari passando a riprendermi dopo una settimana. era un po' angosciante, per quanto bello. e allora non mi restava che disegnare. in quei porti fuori dalle rotte te la devi cavare chiedendo un passaggio agli indigeni e in quei casi serve di più avere una treccia di tabacco che dei soldi. con il disegno mi sono sempre aiutato molto. se ti vedono disegnare ti rispettano; mi è successo con i masai, con gli indiani del mato grosso e dell’amazzonia. per quanto siano aggressivi si calmano appena ti vedono disegnare, forse per loro è come una magia. mi venivano vicino e mi mettevano la mano sopra la mia che disegnava; forse speravano in una sorta di passaggio di poteri. insomma hanno ammirazione per la creatività e non gli importa da che paese vieni, ti accettano e ti rispettano".
i suoi viaggi sembrano assomigliare sempre a un tornare sui luoghi toccati dai viaggi della sua creatura, corto maltese.
"in un certo senso; ma torno anche nei posti dove ho amici, affetti, relazioni. sono uno che ha peregrinato molto e che ha avuto la ventura di viaggiare in posti lontani. se fossi rimasto a venezia, probabilmente non andrei più lontano di mestre o padova; e invece ho amici e ricordi a rarontoga, in nuova irlanda, alle isole bismarck; ho una famiglia a buenos aires. e così ogni due o tre anni mi rimetto in cammino. in questo senso non vado alla scoperta, ma alla riscoperta o al reincontro. magari a verificare dove avevo piazzato corto".
in questi viaggi lei dunque cerca anche delle conferme visive, figurative che servono poi a illustrare le sue storie?
"sì, certamente. anzi, ultimamente ne ho tratto una nuova maniera di disegnare, più impressionistica, che si traduce in una specie di story-board. ha avuto successo e gli editori mi chiedono proprio questo tipo di sequenze all’acquarello. ma in fondo, per me, è sempre lo stesso fumetto: impressionista o espressionista, formale o informale. col fumetto posso fare di tutto, perché non è un’arte minore e perché se l’arte è comunicazione, cosa c’è di più comunicativo del fumetto?".
eppure i pregiudizi sul fumetto sono ancora tanti e molti lo considerano un genere minore, addirittura 'basso'.
"me lo sono sentito ripetere per anni e mi ero stancato a tal punto che un bel giorno ho mandato al diavolo un po' tutti e ho detto: 'bene, signori miei, io allora faccio della letteratura disegnata'. e oggi sono in molti a definirlo così. l’avventura poi non è mai stata ben vista, né dalla cultura cattolica, né da quella socialista. è un elemento perturbatore della famiglia e del lavoro, porta scompiglio e disordine. l’uomo di avventure, come corto, è apolide e individualista, non ha il senso del collettivo, dell’impegno per l’impegno. tra poco verrà fatta un’edizione italiana di un mio libro, pubblicato in francia, e che s’intitola Il desiderio d’essere inutile. in quel libro ho raccontato la mia difficoltà di riuscire a restare 'inutile', nell’italia degli anni cinquanta, quando io continuavo a parlare e a leggere di avventure, di scrittori come zane gray, di curnwood. nell’italia della cultura editoriale fatta da einaudi e feltrinelli il massimo che potevano accettare era jack london. credo che molti pregiudizi derivino anche da una sorta d’invidia. fumetti come tintin e asterix hanno venduto e vendono centinaia di milioni di copie, come il corano o la bibbia. e allora, evidentemente, i responsabili della cultura, della letteratura non ce la fanno ad accettarlo. sì, ci sono stati uomini più avvertiti, studiosi come della corte, del buono, eco e vittorini che hanno nobilitato il fumetto, ma sono state eccezioni".
e che cosa si potrebbe fare per abolirli del tutto, questi pregiudizi?
"intanto fare dei buoni fumetti, non solo d’autore. penso a un buon fumetto popolare, intelligente e di buon gusto, come quelli che pubblica sergio bonelli. e poi ci potrebbero dare una mano i giornali che dovrebbero pubblicare fumetti di giovani autori, pensati apposta per il pubblico dei quotidiani. in passato ho avuto delle buone esperienze con qualche quotidiano e con il settimanale 'europeo', quando ero diretto da gian luigi melega, che pubblicò alcune storie di corto maltese".
vorrei tornare per un momento ai mari e ai deserti che sembrano essere due luoghi privilegiati del suo immaginario. perché?
"perché il mare è pulito. e poi ci sono delle linee d’orizzonte vuote e così ho meno da disegnare. se devo fare città, macchine, treni, aerei, tutto si complica e mi avvalgo dell’aiuto di un bravo disegnatore come guido fuga. mi interessa curare di più il dialogo".
parliamo un po' di corto maltese, del suo carattere, dei suoi riferimenti culturali.
"corto maltese non posso lasciarlo, continua a vendere molto. ogni suo libro vende dieci, trenta volte di più di qualsiasi mio altro personaggio. soltanto in francia ha venduto 5 milioni di libri. ecco perché gli editori nicchiano, quando gli chiedo di fare altre cose. con la casa editrice lizard, che ha appena stampato il terzo volume della serie 'gli scorpioni del deserto' sto preparando un nuovo corto che riprende 'la fiaba dei veneziani, sirat al-bunduqiyyah', aggiungendovi episodi inediti. sarà una storia un po’ metafisica con il ritrovamento a venezia di una serie di fantastici automi costruiti secoli fa e realmente esistiti. sulle origini e sulla formazione di corto maltese posso dire che ha avuto maestri e insegnanti come il dottor steiner da cui ha preso la cultura mitteleuropea, o come rabbino, amante di sua madre, con la sua cultura giudaica e della cabala. ma poi tante letture, poesie, incontri: uno è fatto anche di incontri. corto maltese è un avventuriero di 27 anni, tanti quanti ne ha quando fa la sua prima comparsa nella 'ballata del mare salato', a cui ho dato la mia esperienza, quella di un sessantenne".
e dunque quella anche dei suoi incontri, delle sue letture?
"certo, quella a cui ho già accennato, ma anche borges che mi hanno messo in mano i miei amici appena sono arrivato in argentina. o scrittori sudamericani come alberto arlt, leopoldo lugones, una sorta di dumas argentino, cortazar, siniega. ho dimestichezza con la letteratura spagnola, con quella inglese e francese e nella mia biblioteca di 35.000 libri c’è un po’ di tutto. soprattutto saggi, libri di viaggi, annate di riviste di geografia. sì, ho avuto una buona formazione classica, che peraltro non ho mai terminato, ma ho sempre preferito la letteratura avventurosa di altri paesi. quella italiana m’interessa meno, mi sembra di orizzonti più limitati, un po’ provinciale, soprattutto narrativa. insomma a moravia preferisco claudio magris col suo danubio, che evoca mondi fantastici e complessi. bisogna leggere molto per fare un buon fumetto, anche cinquanta libri per tirarne fuori venti pagine".
un viaggiatore come lei, come vede le vicende italiane?
"sono sempre stato lontano dall’italia. mi sento poco italiano, semmai veneziano, di quella venezia dal ’27 al ’37, cosmopolita, elegante, e che non c’è più. mi dicono che allora c’era il fascismo, ma non m’interessa, non sono fascista, ma non posso dimenticare quella venezia stupenda, magica e pulita. sono stato in africa dal 1937 al 1942 e poi, dal 1948, 18 anni in argentina. e ancora in giro per l’europa, in francia e in svizzera dove vivo da undici anni. allora, come vuole che le veda le vicende italiane? come un italiano che si trova di fronte ad un malessere che mi sembra continuare e non finire mai. lo ripeto ho bellissimi ricordi di venezia, ma dell’italia e degli italiani meno. certo, se mi trovo in compagnia di persone intelligenti non fa differenza se uno è italiano, etiope o argentino. solo la stupidità e l’insensibilità non hanno bandiere".
intervista di renato pallavicini, l'unità, 21 dicembre 1994

FUMIKO KONO
come si può descrivere la sua cucina?
"mi piace gettare ponti tra francia e giappone, cerco una cucina sottile, ricca di allusioni, che procede per associazioni di gusti finalizzate a sorprendere il palato, ma senza stranezze eccessive. tutto condito con una punta di femminilità e leggerezza. durante i miei viaggi, e cucinando per clienti importanti in ogni parte del mondo, ho pizzicato idee qua e là. così i miei sono, in qualche modo, melting plat".
in che modo unisce le tradizioni dei due paesi?
"parto dalla cucina francese e le faccio compiere una sorta di migrazione verso quella giapponese, scegliendo sistemi di cottura e spezie, condimenti ed erbe nipponici. o viceversa, a volte. mi sembra che tra queste due cucine ci siano più affinità di quanto si pensi".
quali sono le sue fonti di ispirazione?
"prima di tutto i prodotti: colori, forme, odori. ma l'ispirazione può venire anche da una cartolina o da un libro, uno spettacolo, un bel paesaggio. mescolo tutto nel mio frullatore mentale e, in qualche modo, lo incorporo nei piatti".
come è nato questo suo amore per la cucina?
"grazie a un prozio e ai piatti che preparava per me con i prodotti del suo orto. ho cominciato a cucinare con lui da piccolissima, imparando i segreti della cucina giapponese tradizionale. più tardi ho in un certo senso rivisto il mio prozio nella figura di alain passard e nel suo amore per i prodotti freschi appena scottati, che possono così rivelare il meglio del loro aroma".
e la passione per la francia?
"quando sono arrivata a parigi per la prima volta, mi sono sentita immediatamente a casa. per di più ho vissuto emozioni gustative che non avevo mai provato: la tartara con le sue note di carne ruda, d'uovo e senape di digione; la baguette, con quella mollica che sembra un piumino; la quiche lorraine con quel buon gusto di pancetta e pasta sfoglia".
intervista di laura mari, d la repubblica delle donne # 674, 5 dicembre 2009

il recente volume di cucina pubblicato da fumiko kono

NICK HORNBY
perché ha scelto quel memoir?
"è doloroso ma allo stesso tempo divertente, con al centro un personaggio memorabile sull'orlo di una crisi: dal punto di vista narrativo è ottimo. in più parla dell'adolescenza, quando per la prima volta scopriamo una cultura diversa da quella familiare, un periodo caotico ed entusiasmante. infine evoca bene il tempo: sono i primi 60, di lì a poco scoppierà il '68, ma tutto è depresso come nel 1945".
'an education' parla di un errore con conseguenze potenzialmente devastanti. è successo anche a lei?
"mi è difficile pensare alla vita in questi termini. ho sempre fatto quello che volevo fare, non mi è mai sembrato di avere scelta. avrei dovuto girare a sinistra invece che a destra? ma io ho sempre voluto girare a sinistra, esattamente come il personaggio di jenny salirà sempre sulla macchina e farà quello che deve fare con david (il personaggio di jenny è ispirato all'autobiografia di lynn barber, giornalista-intervistatrice tanto scomoda quanto nota in patria, ndthR)".
diventando adulta.
"lynn scrive che dopo non si è mai più fidata di nessuno e questo spiega in parte perché sia diventata un'intervistatrice molto acuta, a volte devastante. non posso immaginarla diversa".
com'è stato adattare per lo schermo?
"devi sentirti parte di un gruppo. non puoi scrivere qualcosa e dire 'è così, prendere o lasciare'. perché se il regista non può filmare ciò che hai scritto o l'attore non riesce a dire quelle battute, devi cambiarle, se non vuoi rimanere con un pezzo di carta inutile in mano. per fortuna volevamo fare tutti lo stesso film. non è così quando invece di una casa di produzione indipendente ci sono grandi major e un sacco di soldi di mezzo".
e con il personaggio di lynn barber?
"quando lynn è diventata il personaggio jenny è stato molto più facile. ho potuto inventare amiche, discorsi, situazioni. non poteva più dire: veramente mio padre non era così. è stata molto utile per capire la mentalità di quel periodo, l'ultimo in cui il regno unito ha guardato al continente, e alla francia in particolare, come a un modello culturale. la francia era la nouvelle vague, camus e juliette greco. qualche anno più tardi, con i beatles e i rolling stones, ci saremmo girati dall'altra parte e quella conversazione l'avremmo avuta con gli stati uniti. così lynn mi diceva 'per favore non metterci il pop americano perché non l'ascoltavamo, era una cosa da bambini'. il fatto è che anche lei era una bambina, ma non avrebbe mai ascoltato elvis presley per paura di non sembrare abbastanza sofisticata".
come ha trovato la voce di jenny?
"è un mix di ex alunne e mia sorella a quell'età. carey mulligan (l'attrice che ha interpretato jenny, ndthR) ha fatto il resto. all'inizio ero scettico, pensavo che una ventiduenne non potesse interpretarla, anzi ero preoccupato che rovinasse il film: jenny c'è in ogni fotogramma. è stata eccezionale".
è una voce diversa dal memoir?
"sì. in un'autobiografia hai il vantaggio di guardare alla tua vita con il senno di poi. usi il tuo vecchio io, quello saggio, che conosce già la storia, per commentare l'io più giovane. questo in un romanzo o una sceneggiatura non è possibile. così ho cercato di togliere strati di consapevolezza al personaggio. jenny è sicuramente in gamba ma commetterà degli errori semplicemente perché non conosce abbastanza il mondo".
in una scena jenny accusa la preside: 'la scuola è noiosa. istruire non è abbastanza. dovete dirci perché lo fate'. è la domanda che farà esplodere il '68. lei che cosa risponderebbe?
"credo che l'università sia un'opportunità fantastica anche per chi non combina nulla. per tre anni si può essere quello che si vuole, non c'è altro periodo della vita in cui ciò sia socialmente accettabile. io ho odiato cambridge e la letteratura inglese prima di caucher, tutto era noia e lotta. ma in quegli anni ho sviluppato i miei gusti musicali e letterari grazie ai miei coetanei, e quando sono uscito avevo una percezione migliore di chi ero e di cosa mi piaceva".
intervista di mara accettura, d la repubblica delle donne # 674, 5 dicembre 2009

LOU REED / LORENZO MATTOTTI
lr: "per questo volume ('the raven - le corbeau', basato sull'originale 'the raven' di lou reed del 2003 e realizzato a quattro mani dai due artisti, uscito al momento per il solo mercato francese, ndthR) ispirato da poe, le cui opere sono un vero concentrato di emozioni, m'interessava vedere come un artista visivo del suo talento sarebbe riuscito a interpretare il mio lavoro. il riultato è eccellente. con le sue immagini lorenzo ha saputo dare un ritmo al libro, ne ha colto le sfumature. ed è persino riuscito a rivelare alcuni aspetti del testo che io non avevo colto".
lm: "lavorare con lou reed è stato molto stimolante, anche se all'inizio non riuscivo a capire che tipo di libro avesse in testa" dopo il primo momento di incertezza e un incontro con lou a new york, lorenzo racconta di essere riuscito "a gettare le basi per un'opera che non fosse solo l'illustrazione di un lavoro preesistente, ma un vero e proprio progetto comune. un libro a quattro mani. lui, ad esempio, inizialmente voleva solo disegni a colori, però l'ho convinto a usare anche il bianco e nero., che mi sembrava particolarmente adatto all'atmosfera dell'opera".
lm: "non mi interessava fare un classico volume illustrato. volevo un libro aperto, un libro laboratorio, dove le immagini non fossero solo un'illustrazione del testo, ma dialogassero alla pari con le parole e diventassero finanche protagoniste. come ho fatto con 'le avventure di pinocchio' e 'scavando nell'acqua', il libro su venezia: non volevo essere didascalico. volevo piuttosto un'opera capace d'incrociare stili diversi, lavorando sul ritmo grafico, sulle emozioni, sull'alternanza tra colore e bianco/nero".
a tratti cercando di rimanere fedele al testo, altre volte reinterpretandolo a modo suo, mattotti si è lasciato andare all'ascolto della musica, proprio come gli aveva consigliato lou reed.
lm:
"come lui ha interpretato a modo suo l'opera di poe, io ho interpretato a modo mio il suo testo. forse all'inizio immaginava un libro più classico, ma alla fine ha accettato il mio mondo. su alcuni disegni abbiamo discusso a lungo, ma alla fine siamo sempre riusciti ad essere d'accordo".
articolo/intervista di fabio gambaro, d la repubblica delle donne # 674, 5 dicembre 2009

ADRIANO PANATTA
"è sulla spinta delle mie vittorie che negli anni settanta la media e piccola borghesia cominciano ad appassionarsi a questo sport. prima, solo i ricchi avevano accesso ai pochi club esclusivi. una piccola rivoluzione del costume che fa nascere nuovi circoli, più popolari. ai giardinetti compaiono ragazzini che, anziché giocare a pallone, impugnano le racchette e si sfidano su campetti improvvisati. cambia anche il tifo. non è più ovattato. esplode la caciara. ricordo, nella davis del '76, che gli inglesi erano indignati per le urla scomposte dei nostri fans. una profanazione per un tempio come wimbledon. alcuni giornali scrissero che avevamo riempito le tribune di camerieri. ma era il segno di una svolta. il terzo giorno un gruppetto di inglesi si presentò sugli spalti con i campanacci".
"era una stagione di grandi cambiamenti e io piacevo perché il mio personaggio 'bucava' agli albori della comunicazione di massa. ma non mi sono mai sentito lo spartaco del tennis. non mi sono mai montato la testa, anche perché non mi sono preso mai sul serio. mi sento romano fino al midollo: un po' cinico, portato alla sdrammatizzazione. sgarbato coi giornalisti solo quando mi facevano domande stupide. frequentavo attori, cantanti, naturalmente belle donne. ma senza mai atteggiarmi a seduttore. e comunque non avevo tanto tempo da dedicare alla dolce vita. ero spesso in giro per il mondo. a giocare o ad allenarmi. a perfezionare sempre gli stessi movimenti. nel tennis passano gli anni e ti accorgi che fai sempre le stesse cose. c'è poco spazio per gli hobby. nei momenti di riposo, cercavo di informarmi e all'epoca non sempre era facile. in italia infuriava il terrorismo e io vivevo con grande angoscia quella minaccia. dovevano ancora inventare i cellulari e internet. all'estero, oltre alla televisione, l'unico strumento che ti teneva legato ai drammatici fatti di casa era il 'corriere della sera'. per fortuna al mio fianco c'era spesso mario belardinelli, un maestro di equilibrio oltre che di tecnica. sì, è eccitante per un ventenne viaggiare, guadagnare tanti soldi, mietere successi. ma finisci per perdere le radici, diventi un apolide. noi italiani, un po' mammoni, ne risentivamo più dei tennisti anglosassoni o di quelli dell'est che a casa non avevano niente e in trasferta si entusiasmavano anche a vedere per la prima volta una bottiglia di coca-cola".
"(al tempo della protesta per non gareggiare nella finale di coppa davis contro il cile di pinochet, venivano organizzate anche manifestazioni di piazza) con cartelli contro di me: 'panatta milionario, pinochet sanguinario'. e pensare che sono sempre stato di sinistra. mio nonno era amico di pietro nenni, mio padre e io in quegli anni votavamo socialista. e ancor oggi mi schiero con il partito democratico nella speranza che trovi un'identità".
"(in cile) si avvertiva un'atmosfera cupa, ma quando non giocavamo eravamo isolati, senza possibilità di contatto con la gente. la conquista della davis mi ha fatto sentire orgoglioso di essere italiano. ma l'emozione più grande è stato il successo al roland garros. ho avuto sessanta secondi di incredibile felicità. e poi mi è entrata sotto pelle una sottile maliconia. come la percezione che, dopo aver toccato il punto più alto, doveva inevitabilmente iniziare la parabola discendente. (…)".
"quand'ero ragazzo io, c'erano due canali televisivi. oggi gli adolescenti sono bombardati da troppi media che diffondono valori effimeri. la società tutta si è fatta più superficiale, volgare, aggressiva. ne rimangono contagiati anche gli sportivi. nel calcio la legge dello show business consente perfino alle comparse di arricchirsi e farsi le ragazze più belle anche se la domenica rimangono sedute in panchina. nel tennis vedo talenti che si ritengono più importanti di gino strada o di roberto saviano. maria sharapova se la tira come se fosse greta garbo. dustin hoffmann ha detto una volta che la vita è come una partita di tennis: devi fare di tutto per tenere la pallina dentro le righe. un'immagine che mi trova perfettamente d'accordo. se perdi è la morte, se vinci è la resurrezione. ma ogni giorno devi ricominciare da zero. ogni giorno è un esame".
intervista di gianni perrelli, l'espresso # 30, 30 luglio 2009

JOSHUA FERRIS
nella letteratura contemporanea compaiono spesso delle patologie: dalla sindrome di clerambault in 'amore fatale' di mcewan a quella di tourette in 'motherless brooklyn' di lethem. per non parlare della sindrome di asperger nel 'curioso caso del cane a mezzanotte' di haddon.
"molti autori riflettono sulla condizione umana. è interessante la diffusione parallela di libri con una forte componente etica o religiosa, nei quali si parla di salvezza e del mistero di dio. tuttavia, esiste una differenza tra il mio romanzo ('non conosco il tuo nome', ndthR) e quelli che ha citato: non offre molte risposte, né cure".
tra i suoi modelli letterari lei cita spesso don de lillo.
"è una fonte continua di ispirazione. ammiro come si interroga costantemente sulla vita e sulla morte".
ritiene che la letteratura americana sia all'avanguardia o confinata nel provincialismo?
"credo che provinciale possa essere un grande complimento".
intervista di antonio monda, la repubblica, 1 marzo 2010

GÖTZ SPIELMANN
"l'ambiente che ho scelto (per il film 'revanche - ti ucciderò', ndthR), il mondo a luci rosse, è solo un'occasione per narrare di destini umani. è un ambiente di conflitti, di sfruttamento, in questo senso non è poi così lontano dalla cosiddetta normalità".
"credo che ci sia una differenza fondamentale tra tristezza e pessimismo. la storia è triste, ma non pessimista. per me un happy end sarebbe kitsch e pessimista, perché non ha il coraggio di mostrare le pagine tristi della vita".
"credo che un attore debba conoscere l'ambiente della parte che poi deve impersonare (irina potapenko ha trascorso delle notti in un bordello per familiarizzare col mestiere, andreas lust è stato una settimana in un commissariato di polizia e johannes krisch ha guidato notti intere per vienna in compagnia di un autista di case di tolleranza, ndthR). gli attori devono arrivare a interpretare il personaggio, le sue emozioni, sentendosi naturalmente nell'ambiente della storia".
intervista di andrea tarquini, la repubblica, 1 marzo 2010

irina potapenko con un cliente (toni slama) in 'revanche'

RICCARDO PITTIS
ha vissuto il basket di vertice degli ultimi 25 anni. com'è quello di oggi?
"diverso dal mio, senza che questo significhi che sia peggiore o migliore. è diverso il rapporto tra i giocatori in campo, diverso il loro rapporto con la gente che li guarda. la globalizzazione esagerata ha reso impossibile costruire un club con grandi nomi italiani. non ci vedo quello che ero io, è vissuto con un altro tipo di trasporto quindi non mi ci rispecchio e per questo mi piace di meno, però senza giudicarlo".
molti giocatori stanno avendo successo in altri ruoli nel basket; vi state muovendo.
"personalmente sono strafelice. il mondo del basket è diffidente verso gli ex giocatori, all'inizio mi arrabbiavo, dopo qualche anno capisco il perché. spesso, e mi metto in testa alla lista, quando uno smette di giocare pensa di essere depositario della verità. invece quello che c'è dietro una carriera tecnica e dirigenziale è difficile e va imparato anche se hai giocato 500 partite. detto questo, mi piacerebbe che ci venisse data l'opportunità di mostrare quello che valiamo, cosa che troppo spesso non succede".
le capita ancora di essere bersaglio di tifosi quando va sui campi per la televisione?
"sempre meno. l'altro giorno uno mi ha 'accusato' in quanto milanese. non ci abito da 17 anni, devo usare il satellitare se no mi perdo…".
intervista di luca chiabotti, la gazzetta dello sport, 10 marzo 2010

MALIKA AYANE
"certi processi storici e sociali sono inarrestabili, ci salverà l'ironia. comunque meglio parlare di interazione che di integrazione: lavorare e vivere assieme, questo è il sistema".
intervista di luigi bolognini, la repubblica, 16 febbraio 2010

ZINEDINE ZIDANE
"per quel gesto (la testata a materazzi a berlino, ndthR) chiedo scusa al calcio, ai tifosi, alla squadra. ma a lui non posso proprio. mai, mai. sarebbe un disonore per me. preferirei morire. più di una volta, quella sera, ha offeso mia madre, che allora era anche in ospedale malata".
da el pais, 1 marzo 2010

CHARLOTTE GAINSBOURG
"per fortuna in francia sulla carta di identità non dobbiamo indicare la professione. mi è toccato farlo solo sui documenti per iscrivere a scuola i bambini. ho scritto 'attrice', ma ci ho dovuto pensare un po'".
"per un bel pezzo (dopo la morte del padre, serge, ndthR) non ho saputo dove collocarmi, e non so collocare bene neanche lui, perché mi sono sempre rifiutata di leggere quello che ne era stato scritto e detto. e tuttora non riesco a sentire la sua voce nelle canzoni. poi sono riuscita a riprendere per gradi, ma ho avuto bisogno di collaborazioni (nell'ultimo lavoro è beck a far la parte del leone ma in passato charlotte ha collaborato pure con gli air, jarvis cocker dei pulp, con il produttore dei radiohead nigel godrich e con neil hannon dei divine comedy, ndthR)".
"il disco le è piaciuto, e vorrei vedere: è mia madre (jane birkin, ndthR)".
"non amo definirmi, penso a divertirmi".
"ne ho dovute fare molte un paio di anni fa, dopo un brutto incidente di sci nautico (intende le risonanze magnetiche, che in francia sono meglio note con 'i.r.m.', ossia l'acronimo che dà il titolo al suo ultimo album, ndthR). era la cosa più personale che potessi scegliere e dà al disco un tema di memoria, ricordi e morte".
"beck è stato una presenza rassicurante, abbiamo potuto sperimentare tante cose. in alcuni casi abbiamo usato strumenti comprati al supermercato per due dollari, in altri chitarre molto costose".
"ho appena finito le riprese di un nuovo film, 'the tree', di julie bertuccelli. mi piacerebbe recitare con woody allen. c'è solo un problema: non mi ha mai cercato".
e sorride dolce.
intervista di luigi bolognini, la repubblica, 8 febbraio 2010



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Scritto in data 06/03/2010 da thR